| |
LA PAIDEIA SECONDO GIULIANO
Lideale di Giuliano è la
perfetta conoscenza, il sapere compiuto: lepisteme.
(
) Questa è intimamente integrata alla
cultura greco-romana (
) cultura che deriva
a sua volta da Helios: fu Apollo (-Helios) a
rivelare agli uomini la filosofia
(1). Perciò, quando Giuliano ritornò allellenismo
nella sua forma totale, (
) la paideia greca
diventò una religione e un articolo di fede
(2), tantè vero che il 17 giugno 362 lAugusto
emanò la costituzione Magistros studiorum,
un provvedimento che poneva glinsegnanti
galilei davanti a questa alternativa: o smetterla
di insegnare gli autori antichi, dei quali essi
disprezzavano la visione religiosa, o continuare
a spiegare gli scritti di tali autori dimostrando
con lesempio pratico di condividere la loro
religione. Chi crede una cosa e ne insegna unaltra,
dice Giuliano nella circolare de professoribusesplicativa
del bando di cui sopra, si comporta in maniera
sleale e disonesta; e ciò vale in particolare
nel caso di coloro che ai giovani insegnano le
lettere. I retori, i grammatici, i sofisti che
spiegano le opere di Omero, di Esiodo, di
Erodoto, di Tucidide, di Isocrate, di Lisia,
senza ritenersi consacrati, al pari di quelli, a
Hermes o alle Muse, somigliano ai bottegai che
spacciano merci da loro stessi ritenute guaste.
Vadano dunque nelle chiese dei galilei a
commentare Matteo e Luca
È stato congetturato che, più che di una
vera persecuzione scolastica anticristiana, si
trattasse solo di un inizio, certo per nulla
promettente per i Cristiani, di Kulturkampf che
avrebbe probabilmente avuto i suoi sviluppi
negativi qualora Giuliano lavesse potuta
continuare dopo la spedizione che intraprese
contro i Persiani e nella quale perdette la vita
(3). Fatto sta che lesclusione dei maestri
galilei dallinsegnamento delle lettere non
fu un vero e proprio atto persecutorio, come
volle far credere la letteratura cristiana (4);
si trattò, piuttosto, di un atto di polemica e
di sfida, nonché di un modo per impedire alla
nuova fede di dotarsi di un valido apparato
retorico, che le consentisse di attaccare con
maggiore efficacia la religione tradizionale (5).
In ogni caso, con tale provvedimento lImperatore
mostrava di condividere i motivi per cui negli
ambienti cristiani si riteneva spesso che la paideia
tradizionale fosse incompatibile con la nuova
religione. Tertulliano, ad esempio, dopo la
svolta montanista aveva giudicato illecito per il
cristiano linsegnamento delle lettere,
essendo tale professione una di quelle che
comportano il contatto con lidolatria (6) e
aveva affermato che non abbiamo nessuno per
maestro, se non il Signore (7). Nel III
secolo, la Didascalia Apostolorum esortava
a non toccare i libri dei Gentili e ad
accontentarsi dei testi biblici, studiando la
storia nei libri dei Re, la sofistica e la
poesia nei profeti, la lirica nei Salmi,
la cosmogonia nel Genesi. È vero che
personalità come Gerolamo o Agostino si
sforzarono di mostrare a se stessi e agli
altri che uneducazione classica poteva
armonizzarsi con la fede cristiana, anche
se sentirono in certi momenti il contrasto,
dubitarono, e qualche volta si tormentarono per
il loro essere greci o romani e non esserlo fino
in fondo (8); è vero che Gregorio di
Nazianzo, contemporaneo di Giuliano, difese lideale
di una cultura cristiana che non escludesse del
tutto il retaggio ellenico (9); è vero che lesistenza
di un cristiano come il retore armeno Proeresio,
che lo stesso Giuliano paragonava a Pericle per
la sua eloquenza, contraddiceva un
principio per lui [Giuliano] indiscutibile e
metteva in crisi le sue granitiche convinzioni
sullincompatibilità di paideia e
fede cristiana (10); ma tutto ciò non
poteva soddisfare le esigenze del programma
giulianeo, che prevedeva una restaurazione
integrale, ossia il ritorno a un
classicismo culturale e politico, che comprendeva
in sé anche gli antichi culti religiosi degli
dèi pagani. In altre parole la paideia greca
diventò una religione e un articolo di fede. [
]
La Chiesa poteva soltanto esserle nemica
(11).
In effetti, gli scritti degli autori greci non
erano mera letteratura, destinata a
un semplice svago e ideologicamente neutra. In
ciò i cristiani rigoristi, che giudicavano
diaboliche fandonie i miti dei poeti,
concordavano sostanzialmente col maestro di
Giuliano, Libanio, il quale, persuaso del fatto
che la religione e le lettere greche sono
sorelle (12), approvò il provvedimento de
professoribussalutando ad Antiochia lAugusto
con queste parole: O imperatore, insieme
col ripristino del culto del sacro ritorna anche
il rispetto per la retorica, non soltanto perché
questa è parte non infima di quello, ma anche
perché tu sei stato guidato alla venerazione
degli dèi dalla retorica stessa. Ed era, come io
credo, doveroso che essa, la quale è causa dei
beni presenti, avesse un posto al vertice del
potere (13). Già nel 358, daltronde,
il retore aveva avuto occasione di
ricordare allallora cesare che compito di
governo era quello di garantire la felicità
delle pòleis, il che è possibile se
accada che esse sieno ricche di lògoi,
altrimenti non vi sarà differenza fra lecumene
e i barbari. (
) E Giuliano è ora visto da
Libanio come il primo imperatore, dopo una serie
oscura, che ha identificato politica e cultura e
che dimostra, al presente, nella prâxis
della res publica, di quanto la vera paideia
prevalga sulla empeirìa, sulla téchne
dellamministrazione di pace e di guerra
(14).
Alla medesima concezione
si ispira il trattatello di Salustio Sugli
dèi e il mondo, dove i poeti
divinamente ispirati (Orfeo, Omero, Esiodo)
vengono equiparati ai migliori maestri della
filosofia (Empedocle, Eraclito, Parmenide,
Platone), a coloro che istituirono i riti
iniziatici (Orfeo, Melampo, Trittolemo) e agli
stessi dèi: tutti costoro si sono infatti
espressi attraverso il mito (15). Il restauratore
dellellenismo non poteva dunque lasciare
che i galilei continuassero a insegnare e ad
apprendere i testi della saggezza greca: né lIliade
e lOdissea, in cui le cerchie
sapienziali del neoplatonismo distinguevano con
chiarezza, al di là del livello letterale, la
presenza di significati sottostanti (hypònoiai)
e di temi iniziatici, né le opere di Esiodo, che
erano state ispirate dai centri sacri di Delfi e
di Dodona, né le Storie di Erodoto, che,
redatte sulla scorta dellinsegnamento
delfico e di una somma dinformazioni
provenienti da ambienti sacerdotali, presentavano
le vicende umane come un prodotto della legge di
giustizia stabilita dalla Divinità.
Ma neppure Tucidide, Isocrate e Lisia, dice lAugusto,
devono essere abbandonati ai galilei, perché
anche la produzione di questi scrittori procede
da unispirazione divina. Certo, a molti
riuscirà piuttosto arduo ravvisare elementi di
sapienza divina nellhistorìa di
Tucidide, sganciata comessa è da quei
punti di riferimento metastorici che invece
illuminavano la storiografia erodotea; né sarà
facile cogliere un valore autenticamente
spirituale nella logografia di eredi della
cultura sofistica quali Isocrate e Lisia, anche
se per il primo il discorso potrebbe essere un po
più complesso, dato che la sua opera sembra
avere custodito il ricordo di una sorta di scienza
delle lettere alfabetiche, presso allapplicazione
della dottrina delle idee alla retorica. Ma per
Giuliano, evidentemente, la formale consacrazione
a Hermes delleloquenza (e quindi anche
della storiografia, opus maxime oratorium)
è motivo sufficiente per rivendicare allellenismo
il monopolio di tali autori.
Claudio Mutti
(1)
Ignazio Tantillo, Limperatore Giuliano,
Laterza, Bari 2001, p. 81.
(2)
Werner Jaeger, Cristianesimo primitivo e
Paideia greca, La Nuova Italia, Firenze 1966,
p. 95.
(3)
Luigi Gallinari, Giuliano lApostata e leducazione,
Settimo Sigillo, Roma 1992, p. 13.
(4)
Cfr. Socrate, III, 16; Sozomeno, V, 18; Zonata,
XIII, 12; Teodoreto, III, 8; Agostino, De
civitate Dei XVIII, 52 ecc.
(5)
Nella sua Storia della Chiesa (III, 12)
Socrate riporta le seguenti parole di Giuliano:
Affinché, affilando la lingua, non possano
affrontare con preparazione quelli che tra gli
Elleni sono versati nella dialettica.
La Storia della Chiesa di Teodoreto
(III, 4) riferisce parole analoghe: Siamo
infatti colpiti, come suol dirsi (cfr.
Aristofane, Uccelli, 808), da frecce
costruite con le nostre proprie piume, poiché
affrontano la guerra contro di noi armandosi dei
nostri scritti.
(6)
Tertulliano, De idololatria, 10.
(7)
Tertulliano, Ad Scapulam, 5, 4.
(8)
Ignazio Tantillo, op. cit, p. 31.
Girolamo, ad esempio, scrive: Dal momento
che mi chiedi, alla fine della tua lettera,
perché nei nostri opuscoli poniamo di tanto in
tanto esempi tratti dalla letteratura del mondo
infettando, così, il candore della chiesa
con le sozzure gentili -, abbiti breve risposta.
(
) Lapostolo Paolo
aveva letto
nel Deuteronomio il precetto emanato dalla
voce di Dio, secondo il quale alla prigioniera va
rasato a zero il capo, amputate le sopracciglia,
tagliati alla radice i peli e tutte le unghie del
corpo, e così si può prenderla in moglie. Cosa
cè di male, allora, se anchio
intendo fare della sapienza del mondo, per lopulenza
delleloquio e lavvenenza delle
membra, da schiava e prigioniera unIsraelita?
Se taglio o rado quanto in essa sia morto
idolatria, voluttà, errore, libidini e,
unito al suo corpo purissimo, da quella genero
schiavi a Yahweh Sabaoth? Del mio sforzo profitta
la famiglia di Cristo: lo stupro della straniera
aumenta il numero dei conservi. Girolamo, Epistola
70, 2 (209, 16-211, 7 Labourt), cit. in:
Salustio, Sugli dèi e il mondo, a
cura di R. Di Giuseppe, cit., pp. 85-86.
(9)
NellOrazione contro Giuliano, che
Gregorio di Nazianzo scrisse, prudentemente, dopo
la morte dellAugusto, è detto che questultimo
vietò ai cristiani laccesso ai lògoi
(cioè alle opere dei classici) sostenendo
che il lògos greco appartiene alla
religione e non alla lingua (S. Gregorio
Nazianzeno, Orazioni scelte, a cura di
Quintino Cataudella, S.E.I., Torino 1935, p. 19).
(10)
I. Tantillo, op. cit., p. 41.
(11)
W. Jaeger, op. cit., ibidem.
(12)
Libanio, Orazione LXII, 8 (in O.
Seeck, Die Briefe des Libanius zeitlich
geordnet, Teubner, Leipzig 1906 (rist. 1966).
(13)
Libanio, Orazione XIII, 1 (in O. Seeck,
op. cit.).
(14)
Ugo Criscuolo, Libanio e Giuliano, in Vichiana,
a. XI, fascicoli I-II-III, 1982, p. 76.
| E' possibile
riprodurre liberamente il materiale su
questa pagina, a patto che siano citati
l'autore e la fonte, e che sia riprodotta
per intero anche questa precisazione. |
| IL
FRANCO TIRATORE |
TORNA ALL'INDICE ARTICOLI
|
|